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Anche in Italia si lascia il posto fisso. È Great Resignation

Lavoro

18 Luglio 2022

American Express

I primi segnali sono stati registrati alla fine del 2021. Ma ora il fenomeno sta diventando un trending topic. Conosciuto come le “Grandi Dimissioni” coinvolge soprattutto gli under 40 con un contratto a tempo indeterminato. Le motivazioni per rinunciare allo stipendio sono diverse, dalla ricerca di guadagni più elevati alla necessità di occuparsi con maggiore disponibilità della propria vita privata

Nel primo trimestre del 2022, 307 mila persone in Italia, stando ai dati recentemente diffusi dall’INPS (l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale), hanno deciso di dimettersi rinunciando a un contratto a tempo indeterminato. Il 35% in più rispetto allo stesso periodo di un anno fa. Mentre, a dicembre, sul totale dei 12 mesi, si è raggiunto il record negativo di circa 1 milione e 133 mila addii, con un aumento del 30% sul 2019, l’anno prima della pandemia. Secondo i dati diffusi da Aidp, l’Associazione italiana direzione personale, inoltre, questo fenomeno è ormai trasversale a diversi settori, coinvolge migliaia di posizioni lavorative, ed è diffuso a circa il 60% delle aziende che, nell’ultimo anno, si sono trovate costrette a subire un’ondata di dimissioni volontarie senza precedenti. Cosa sta accadendo?

Tutto è iniziato in America

Negli Stati Uniti, dove ha avuto origine a inizio 2021, questa situazione è stata definita “Great Resignation”. E al di là dell’Atlantico i numeri raccontano una storia diversa e ben più allarmante. Stando alle fonti ufficiali, infatti, solo nel mese di marzo circa il 3% dell’intera forza lavoro che risiede in America ha lasciato il proprio impiego, per un totale di circa 4,5 milioni di persone. Ma guardando al 2021 nel suo complesso, sono quasi 48 milioni i lavoratori che hanno scelto di cambiare vita.

Per i prossimi mesi, poi, una recente analisi condotta dalla multinazionale di consulenza strategica McKinsey in collaborazione con Microsoft, rileva che questo fenomeno sarà esteso a tutto il mondo. E più del 40% dei lavoratori a livello globale potrebbe essere intenzionato a riorientare la propria carriera in una nuova direzione.

I giovani sono i principali protagonisti

La particolarità è che si tratta di un evento senza precedenti che coinvolge soprattutto i giovani. Studi e ricerche realizzate nel corso dell’ultimo anno, per esempio, hanno dimostrato che, del campione analizzato in Italia, a scegliere di cambiare vita sono soprattutto i ragazzi tra i 26 e i 35 anni. Secondo l’Aidp, i dipendenti di questa fascia di età rappresentano addirittura il 70% del campione analizzato. Sono i rappresentanti della Generazione Z, nati tra la fine degli anni ‘90 e la prima decade degli anni 2000, e i più giovani appartenenti alla categoria dei “Millennials”. Perlopiù lavorano in aziende del Nord Italia e sono accomunati dalla necessità di trovare condizioni economiche più soddisfacenti e ritmi di lavoro meno opprimenti.

L’esperienza del lavoro da casa

L’emergenza sanitaria ha contribuito enormemente ad alimentare questo fenomeno. Ne è una prova anche la coincidenza temporale: le “grandi dimissioni”, infatti, hanno iniziato a manifestarsi a inizio 2021. Le ragioni sono molteplici, ma anche facilmente sintetizzabili. Si cambia lavoro per migliorare il proprio benessere e la propria salute, cercare un migliore equilibrio tra lavoro e tempo libero e, perché no, guadagnare qualcosa di più.

Il fatto è che la diffusione dello “smart working” ha posto ancora di più l’attenzione su un necessario bilanciamento tra vita privata e attività lavorativa. Rendendo, quindi, prioritaria per i dimissionari la ricerca di un ambiente sereno che sappia conciliare meglio i ritmi di vita quotidiani, senza dover rinunciare alla famiglia.

L’esperienza di lavorare da casa per un periodo di tempo prolungato, infatti, ha apportato ai dipendenti numerosi benefici, soprattutto in termini di tempo, rendendo più facile talvolta la gestione domestica della famiglia. I tempi di trasferimento casa-lavoro si sono annullati. Mentre la pausa pranzo in qualche ristorante del centro, non essendo più necessaria, ha consentito di gestire diversamente il carico di lavoro, concedendo, in molti casi, più autonomia nella suddivisione delle ore da dedicare alla famiglia e all’attività produttiva.

Secondo una recente edizione del Randstad Workmonitor, realizzato dalla multinazionale olandese che si occupa di ricerca, selezione e formazione di risorse umane, per esempio, la crisi dovuta alla pandemia ha portato a concentrarsi maggiormente sul benessere personale e sulla salute. Per questo, il 48% dei dipendenti, non solo in Italia, ha affermato che lascerebbe un lavoro se questo impedisse loro di godersi la vita.

Anche le motivazioni economiche, però, non sono da sottovalutare. I giovani che lasciano il lavoro oggi, infatti, sono insoddisfatti del loro stipendio. Una situazione non nuova, soprattutto in Italia, che da tempo si trova a dover fare i conti con una generazione sempre meno valorizzata. Non a caso, è da anni che si dibatte del problema che riguarda la fuga dei laureati all’estero, in cerca di un trattamento economico più equo, soprattutto se rapportato a una migliore qualità della vita.

A questo si aggiunge, poi, il risparmio di denaro sperimentato nei lunghi mesi di lavoro forzato da casa, quando auto, mezzi pubblici e pranzi di lavoro sono stati rimpiazzati dall’attività domestica.

Infine, bisogna anche considerare un altro elemento. La fine delle restrizioni imposte a livello governativo per tentare di arginare il contagio e la ripresa delle attività di molte aziende, grazie anche agli aiuti economici e agli ingenti finanziamenti resi disponibili dalle garanzie statali, ha di fatto “riaperto il mercato”. Le società hanno ripreso a cercare nuove figure professionali da collocare in azienda e le selezioni sono state aperte, dopo anni di stop. Va infine anche tenuto presente che il contestuale stop al blocco dei licenziamenti ha riattivato il turnover tra le posizioni anche rilevanti, rendendo possibile, per la prima volta dopo anni, tentare di cercare una nuova occupazione.

A cura di OFNetwork

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