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Investimenti ESG. È ancora un buon momento?

Finanza e investimenti

06 Luglio 2022

American Express

La domanda per fondi che tengono conto dei fattori ambientali, sociali e di governance è ancora alta, nonostante nel 2022 si siano registrate alcune battute d’arresto. Si punta principalmente su prodotti tematici, che si concentrano ad esempio sulla lotta al cambiamento climatico e sulle energie rinnovabili. Ed emerge sempre più anche l’importanza del fattore “S”, legato alle buone pratiche sociali

Gli investimenti ESG (Environmental, Social, Governance), che hanno l’obiettivo di generare un rendimento economico garantendo allo stesso tempo un impatto positivo sull’ambiente e sulla società, hanno registrato un significativo boom negli ultimi anni. Secondo Morningstar, società statunitense che fornisce servizi di ricerca e gestione degli investimenti, ammontava a 2,8 miliardi di dollari il patrimonio globale in fondi sostenibili alla fine del primo trimestre 2022, di cui più dell’80% del volume gestito in Europa.

Queste soluzioni sono state, però, messe a dura prova nell’ultimo periodo da criticità come lo scoppio della guerra in Ucraina, la crisi legata ai prezzi delle materie prime e le accuse ad alcune delle più importanti case di gestione di aver avviato pratiche di greenwashing, cioè di presentare come “green” e sostenibili fondi che in realtà non ne avevano le caratteristiche, sfruttando quello che viene definito “ambientalismo di facciata”. È ancora un buon momento, quindi, per scegliere questi prodotti?

Un aiuto arriva dalla Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR), entrata in vigore il 10 marzo 2021, che permette di classificare i prodotti finanziari proprio in base al loro livello di sostenibilità. Chi, ad esempio, intende selezionare un fondo che non investe in aziende attive in settori controversi (come la vendita di armi e la produzione di tabacco) può optare per una delle soluzioni classificate come articolo 8 dalla regolamentazione europea.

In questo caso si tratta, quindi, di andare ad escludere dal portafoglio quelle società che non si impegnano in buone pratiche di sostenibilità. Per farlo si possono anche sfruttare i rating che le case di gestione e importanti società di consulenza a livello internazionale mettono a disposizione proprio per classificare l’esposizione delle singole aziende, scegliendo così solo quelle con i punteggi più elevati.

Si registra, inoltre, un sempre maggiore interesse per i fondi che vengono definiti “tematici” e che quindi si focalizzano su un particolare obiettivo di sostenibilità. In questo caso rientrano nell’articolo 9 della SFDR e consentono di scegliere, come focus principale, temi come la tutela dei mari e degli oceani (la cosiddetta blue economy), la lotta al cambiamento climatico o la energy transition (che punta sullo sviluppo delle energie rinnovabili).

Ma non esiste solo il fattore E degli ESG, quindi quello legato all’ambiente. A emergere sempre più è anche quello S, cioè sociale che prevede, ad esempio, l’investimento in società attente alla parità di genere e a ridurre il gender pay gap. O, ancora, che puntano su una buona gestione del cambiamento demografico, su soluzioni assistenziali per i più anziani o a sostegno delle fasce più deboli della popolazione.

In questo ambito rientrano anche quelli che vengono definiti social bond, obbligazioni che destinano parte dei proventi allo sviluppo di progetti con un impatto positivo sulla comunità. 

A cura di OFNetwork

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