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Italia patria del lusso: 24 marchi nei top 100 ma con pochi giganti

Business Insights

11 Giugno 2018

American Express

Nel 2016 le 100 aziende top del lusso mondiale hanno venduto beni per 217 miliardi di dollari, concentrate per il 90% in soli otto Paesi. Di questi, l’Italia è il primo per produzione. Secondo il “Global Powers of Luxury Goods 2018”, nuova edizione del report pubblicato da Deloitte che prende in esame i bilanci dell’anno fiscale 2016 (chiuso entro il 30 giugno 2017) delle 100 aziende top dell’alto di gamma, con 24 aziende l’Italia ha il primato del numero di produttori del settore. Seguono a distanza gli Stati Uniti, con 13, il Regno Unito con 10 e la Francia con 9.
Un primato importante, che però perdiamo se si guarda la dimensione e il volume di vendite medie di tali aziende: la Francia (dove si trovano il primo e il quinto dei gruppi leader del lusso mondiale, Lvmh e Kering) ci batte con un fatturato medio di 5,8 miliardi di dollari, a fronte dei nostri 1,4. Le nostre aziende sono più piccole, il nostro tessuto produttivo più frammentato, tanto che nella top 10 delle aziende mondiali si trova solo un’italiana, Luxottica, al quarto posto. I successivi sono Prada al 19esimo posto e Giorgio Armani al 24esimo. Queste tre aziende, si legge nel report, raccolgono circa la metà delle vendite del lusso made in Italy della top 100.
Una frammentazione, in mano principalmente alle famiglie fondatrici, che non è negativa nel momento in cui, nota lo studio, «le famiglie operano un forte controllo sulla coerenza del design», uno dei punti di forza del made in Italy. Ma la tutela dell’heritage non è tutto, specialmente in un contesto globale sempre più definito dalle abitudini di acquisto dei Millennials e della ancor più giovane Generazione Z, meno fedeli ai marchi, come invece erano e sono le fasce di consumatori di età più avanzata, e più attratti da caratteristiche come unicità e qualità. La sfida creativa e innovativa è aperta, e che molte aziende italiane debbano ancora investire in questo senso è testimoniato dal tasso di crescita generale del Paese, il più basso rispetto ai competitor, solo +1,5% rispetto al +5,8% della Francia e al +3,2% della Gran Bretagna.
Un deciso segnale di ottimismo, però, si rileva scorrendo la classifica delle 20 aziende che nel 2016 hanno avuto la crescita più veloce, e nella quale ben sei sono italiane: a guidarle è Valentino (le sue vendite sono più che raddoppiate fra 2013 e 2016, superando la soglia del miliardo di euro), seguito da Furla (il solo marchio di borse e accessori) e da Moncler, unico italiano anche fra le cinque aziende che nel 2016 hanno registrato una crescita a doppia cifra sia delle vendite sia degli utili.
A sostenere l’industria italiana del lusso è anche il costante primato della categoria “abbigliamento e calzature”, con 38 aziende nella top 100, cresciuta però solo dello 0,2%, a fronte del boom del segmento “cosmetica e profumi”, +7,6%. Diversi indicatori confermano la vivacità di questo settore, a partire dal fatto che Estée Lauder ha scalzato Richemont dal secondo posto nella classifica dopo Lvmh. La più alta new entry in classifica, inoltre, è quella di Shiseido (al 17esimo posto), e tre delle più grandi operazioni di m&a dell’anno in esame hanno interessato proprio il beauty: quella di Procter & Gamble da parte di Coty per 12,5 miliardi di dollari, (che ha conferito a Coty il primato di azienda in più veloce crescita nella top 100) e l’acquisizione da parte di Estée Lauder di Too Faced e Becca Cosmetics, brand amati dai “soliti” Millennials.
 

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