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Un nuovo paradigma per la sicurezza aziendale dei dipendenti in smart working

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Smart Business

15 Aprile 2021

American Express

La pandemia ha dato una forte spinta allo smart working moltiplicando per le aziende i rischi legati a protezione dati e intrusioni esterne. Ecco le soluzioni per una sicurezza a 360 gradi. 


La pandemia ha dato una forte accelerata alla diffusione dello smart working offrendo alle aziende possibilità di sviluppo finora inesplorate nell’ambito del lavoro da remoto. Ma contemporaneamente le ha anche esposte a pericoli mai affrontati prima di allora, che richiedono  competenza ed efficienza. Il rovescio della medaglia è che l’uso di dispositivi personali, la shadow Information Technology, le connessioni non sicure, la condivisione di dati fuori dalla realtà aziendale implicano rischi che in passato erano praticamente inesistenti o facilmente gestibili e controllabili. Non appena  l’esigenza del lavoro a distanza è diventata indispensabile, il problema della sicurezza dei dati è salito in cima alle priorità di molte realtà aziendali.


Smart working, fenomeno in crescita


Lo smart working è destinato non solo a sopravvivere agli eventi legati al Covid, ma anche a svilupparsi a ritmi sempre più serrati, acquisendo dimensioni via via più rilevanti. Secondo le recenti rilevazioni dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, in Italia ci sono oltre 5 milioni di persone in smart working, cioè 10 volte tanto rispetto ai numeri  pre-pandemia: numeri destinati a crescerà ancora e in fretta. Postazione e orari fissi sono destinati a cedere il passo a modelli di lavoro centrati su obiettivi e target da raggiungere indipendentemente dalla presenza sul posto di lavoro. E in questo senso, lo smart working potrebbe rappresentare  sempre più il canale preferito verso questo nuovo modello professionale, che richiede forte produttività ed efficienza.


Smart working e pericoli


In questa nuova cornice, la questione della sicurezza informatica e della protezione dei dati diventa irrinunciabile. Uscire dai locali aziendali implica di per sé un pericolo di fuga di notizie, di condivisione esterna di informazioni sensibili, di gestione legislativa della proprietà aziendale. È chiaro che lavorare da remoto non significa soltanto riunioni in videocall o utilizzo dell’e-mail aziendale da casa. Si possono usare reti non sicure, rischiare di condividere dati o documenti con persone a rischio, utilizzare strumenti consumer in mancanza di app aziendali sicure. E se si utilizzano device personali, questi potrebbero presentare malware con tutti i rischi connessi.


Mettere al sicuro lo smart working


Se in fase di pandemia tante aziende si sono adattate come potevano alla nuova situazione, con i dipendenti che spesso hanno utilizzato i loro dispositivi personali per affrontare l’emergenza, oggi è indispensabile cambiare marcia. Lo smart working deve svolgersi in una cornice di sicurezza che sia a prova di hacker o di malware. La soluzione passa attraverso un cambio di paradigma nella sicurezza, che preveda in primo luogo l’investimento nella formazione e quindi nella cybersecurity.


Le soluzioni per disporre di piattaforme sicure


Una delle soluzioni è rappresentata dallo Smart Working as-a-service, offerto per esempio dall’italiana WITT. L’azienda propone una piattaforma di smart working che assicura un digital workplace sicuro ed efficace, in grado di garantire la virtualizzazione; comunicazioni basate su centralini telefonici virtuali e tecnologie Voip; strumenti di collaborazione e scambio di informazioni tramite piattaforma Ucc (Unified communication & collaboration), condivisione dei documenti, accesso sicuro a banche dati, interazione di più persone a uno stesso progetto.


I settori a rischio


Ma nel nostro Paese quali sono gli ambiti che hanno bisogno di essere protetti dagli attacchi phishing, che passano soprattutto attraverso email e PEC?
Sebbene intacchino settori trasversali del made in Italy, secondo l’ultimo rapporto dell’azienda di cybersecurity romana Yoroi, i settori che subiscono più violazioni sono in primo luogo i materiali da costruzione (50%), seguiti da macchinari, equipaggiamento e componentistica, e infine da software e IT services (18.60%).
Più della metà delle intrusioni sono realizzate con malware trojan bancari che per il 40% appartengono alla famiglia Ursnif, subito seguita dal malware Emotet. E per proteggersi, l’azienda offre un Cyber Security Defense Center che individua e blocca i domini dannosi e le minacce più gravi, neutralizzando le tattiche sempre più sofisticate dei criminali informatici, che aggirano antivirus e antispam infiltrandosi anche attraverso semplici documenti nei sistemi poco protetti.


Una polizza per la sicurezza


Nell’economia sempre più interconnessa e fluida in cui tutti siamo immersi – ancor più con le nuove vulnerabilità dello smart working – il pericolo che pirati a caccia di dati sensibili violino i confini aziendali e si approprino di informazioni riservate è quindi sempre dietro l’angolo. Ecco perché, oltre che affidarsi a esperti di cybersecurity e di protezione dati, è bene pensare a un sistema che metta al riparo le aziende attraverso adeguate coperture assicurative.

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